LUCCICANZA
(Del poco che avanza)
mercoledì, aprile 30, 2003
Scorciatoie.
E' notizia di ieri che la città di Porto Empedocle, nei pressi di Agrigento, si chiamerà anche Vigata, dal nome del paese in cui Camilleri (nato proprio a Porto Empedocle) ha ambientato le avventure di Montalbano.
Il sindaco della città ha dichiarato di puntare, in questo modo, ad un aumento delle affluenze turistiche; egli, probabilmente, spera che il nuovo nome possa suggestionare il turista, il quale, rapito dall'idea di ritrovarsi in un romanzo di Camilleri, ignorerà le devastazioni portate dall'abusivismo edilizio o l'orrida centrale termoelettrica che si erge a coprire una delle più belle coste italiane.
In fondo l'idea di questo intraprendente sindaco è semplice ed efficace allo stesso tempo. Perché rompersi i coglioni (e scontrarsi con interessi forti) per abbattere le brutture prodotte da decenni di scempio ambientale? Perché attivarsi per rendere più accoglienti luoghi che lasciati intatti sarebbero in grado da soli di attrarre anche il più schizzinoso dei turisti?
Basta cambiare nome al paese e ... oplà, tutto cambia (perché niente cambi?).
A questo punto si aspetta analoga iniziativa del Governatore Regionale siciliano.
Trinacrilandia come suona?
lunedì, aprile 28, 2003
Vieni anche tu! No, io no.
Un gruppo di amici mattacchioni sta compiendo, in questi giorni, un tour eno-gastronomico in barca a vela.
L'obiettivo è quello di circumnavigare la Sicilia senza far affondare la barca per sopraggiunto sovrappeso dell'equipaggio.
Sicuramente i ragazzi si stanno divertendo come squali, e io un po' rimpiango di non essermi offerto volontario quale membro del valoroso gruppo.
Ci sono però tre buoni motivi che, per fortuna, mitigano la mia invidia:
1) sono qui e quindi non posso essere lì. Qui, come detto, mi piace.
2) se mi si chiede di cazzare la randa o di fissare il tangone tendo ad offendermi, pensando, in prima battuta, che mi si stia insultando.
3) in barca io vomito.
Ecco, a pensarci bene il punto tre è fondamentale.
La prima (e unica) volta che sono montato in barca a vela, ho costretto l'equipaggio ad una drastica riduzione del percorso previsto, dopo solo qualche miglio di navigazione (tratta Catania-Acitrezza) e un numero di espulsioni del contenuto dello stomaco maggiore o uguale a 7.
Quella volta sono rientrato a Catania a piedi (con pietosa assistenza dell'amico automunito Marcello nell'ultima tratta), per niente spaventato dalla lunghezza del percorso, ma anzi con una incredibile dose di buonumore intorno, pari solo a quella di un condannato a morte graziato all'ultimo secondo.
Fossi stato con i ragazzi in questi giorni, magari avrei potuto inaugurare un nuovo rito, un pellegrinaggio stile Santiago de Compostela attorno alla Sicilia.
domenica, aprile 27, 2003
Pubblicità e probabilità.
Qualcuno dovrebbe farlo presente ai pubblicitari.
Uno vede una gnocca che si arrampica sulle spalle di un prete o che fa il bagno tutta ignuda e poi tocca passare i pomeriggi con gli amici a discutere se lo spot era per Tim o per Omnitel (e se fosse Infostrada?).
L'altro giorno è andata anche peggio, è passato lo spot con gli spermini velocisti, presente? Quello che conclude con una frase tipo: "anche tu una volta nella vita sei arrivato primo".
Beh, non ricordo neanche il prodotto pubblicizzato (un'auto? scarpe da corsa? un profumo?). La potenza del messaggio è tale che il prodotto passa in secondo piano, e dal punto di vista dell'utente la cosa potrebbe non essere poi tanto male.
Lo spot spermatozoico, per esempio, mi ha fatto pensare. Lo spermino che arriva primo battendo sullo sprint altri diversi milioni non è cosa da poco. Quello sei tu (metà di te, d'accordo, ma l'altra metà era fissata), tu scelto tra tanti, vincitore di una competizione mica da ridere.
E allora uno magari si chiede: perché tra tutte le opzioni proprio la mia? (E perché tra tutte anche quella di Bruno Vespa?)
La domanda si può estendere, allargare in una sequenza di opzioni da capogiro, in una moltiplicazione di probabilità infinitesime che dà infinitesimi via via più piccoli, verso lo zero asintotico.
Dicono i fisici la stessa probabilità di un universo come il nostro è giusto uno sputazzo. Una costante gravitazionale di pochissimo diversa, non avrebbe dato luogo alla formazione di galassie, stelle, pianeti. Di più, l'universo non sarebbe che una noiosissima (e sterile) distribuzione uniforme di materia e energia se non fosse per una leggerissima asimmetria nella palla di plasma del pre big-bang. Gli atomi, le molecole non sarebbero quelli che conosciamo se le forze fondamentali obbedissero a leggi diverse (leggermente diverse).
La vita stessa, prima ancora che la nostra esistenza di singoli, pare quindi conseguenza di una fortunatissima concatenazione di fattori improbabili.
Urge una spiegazione e non sono in grado di darmela da solo.
Quella religiosa non mi soddisfa molto, mi pare uno spostamento del problema, una ricerca di un fattore esterno che andrebbe a suo modo ulteriormente spiegato.
Esiste un'altra non-risposta, che però trovo affascinante.
I fisici lo chiamano Principio Antropico e per l'universo credo reciti più o meno così: se l'universo non fosse com'è, non ci sarebbe nessuno a chiedersi perché sia proprio così. E' come per il Superenalotto: la probabilità di vincere è ridicola, però ogni tanto c'è qualcuno che vince e si chiede: possibile che sia proprio io il vincitore? Analogamente per gli spermini: se avesse vinto un altro, ora LUI e non io, starebbe a chiedersi: perché proprio io? (o magari andrebbe a farsi una birra).
Detto così pare che il Principio Antropico non spieghi poi tanto: si limita a ribadire che siamo frutto di una botta di culo (metaforicamente parlando).
Insoddisfatti della non-spiegazione, alcuni fisici, sull'onda delle interpretazioni filosofiche della meccanica quantistica, hanno affiancato al Principio Antropico la teoria degli universi paralleli: ad ogni potenziale scelta si creano tanti universi quanti sono le possibili diverse opzioni. Nella maggior parte di tali universi, leggi fisiche differenti non permetteranno l'esistenza di forme di vita in grado di osservarli e di ragionare su di essi.
In un altro universo ha vinto lo spermino che nel nostro è arrivato secondo, e quindi questo post lì non esiste e una birra in più è stata consumata (un universo migliore?)
Comunque sia, una cosa è certa: il fatto che esistiate, viviate, proviate delle emozioni, fa di voi qualcosa di speciale.
E anche di un po' perverso, considerando che vi siete sorbiti tutto questo pistolotto.
venerdì, aprile 25, 2003
RIAPPROPRIAZIONE SPAZIO WEB
Questo è un timido tentativo di rientrare in possesso del mio spazio blog e di arginare il dilagante delirio di web-onnipotenza di Nikapov.
E' vero, sono sparita per un po', complice forse un momento di estremo rilassamento psicologico, accompagnato da un senso diffuso di serenità, purtroppo presto svanito; Nikapov ha così potuto appropriarsi indebitamente del blog.
Purtroppo per me scrivere ha un significato diverso che per Nikapov: per lui vuol dire parlare col mondo di come va il mondo, dal suo punto di vista; per me vuol dire raccontare come Amélie vive nel mondo e quest'esigenza nasce spesso dal disagio: così se Amélie è serena raramente scrive.
Ora invece scrivo di nuovo...
In questo periodo, tra l'altro, ho lasciato il lavoro al 187.
No, non ho avuto il coraggio di licenziarmi, sono stata trasferita al 191: assistenza clienti business.
Questo vuol dire che ho perso anche la possibilità di sorridere dell'ingenuità e, a volte, dell'ignoranza dei "clienti residenziali".
Ho perso la mia finestra nelle case della gente, in compenso se ne è aperta un'altra sulle fatture scoperte, sulle segretarie represse e insoddisfatte, sui piccoli imprenditori borghesucci per i quali il "potere" capitalistico si eprime in:
- "Io pago e ho il diritto di..."
- "Io col telefono ci lavoro..."
- "Lei non sa chi sono io..."
Privato anche di ogni interesse sociale, questo lavoro mi sta svuotando, mi sento sempre più inutile: non creo, non produco, non risolvo problemi, io semplicemente subisco passivamente insulti per gli errori di qualcun altro...
Sto impazzendo!
Può risultare difficile da capire, ma per poter continuare ho dovuto "spegnermi", scollegare il cervello, non pensare e non desiderare nulla.
Purtroppo questo vuol dire anche non studiare, non disegnare, non leggere...
"Cristo si è fermato a Eboli" è chiuso, col segnalibro alla pagina 128, da giorni e giorni. Non lo porto più neanche in borsa, in treno preferisco guardare dal finestrino il paesaggio straconosciuto che fugge via dal mio sguardo.
Sono spenta.
Ho bisogno di un sogno a cui aggrapparmi per continuare.
Ora che Nikapov è realtà, ora che lui è parte di me, devo trovare un altro sogno che mi aiuti a vivere, un altro sogno per cui lottare, un sogno in cui infondere tutte le mie energie per realizzarlo, un sogno che mi renda diversa da una voce dietro un numero...
giovedì, aprile 24, 2003
The other place.
Non so spiegare perché questo mi sembri il più bel posto al mondo.
Qui ci sono tutti i miei affetti (tranne uno), il loro cammino non ha subito grosse deviazioni dal tracciato che per lungo tempo anch'io ho percorso, fino al giorno dello scarto improvviso.
Il paese non è male, anzi, anche il viaggiatore occasionale potrà confermare la bellezza del paesaggio. La sinuosità delle linee tracciate dalle colline, la rassicurante presenza della montagna, il profumo del bosco.
E il silenzio.
Incredibile isola di pace nel frenetico movimento di un'economia a mille, rifugio dallo stress del Nord-Est camionabile o di una caotica città del Sud.
Eppure tutto questo non spiega l'intensità di un richiamo, la deformazione dello spazio (e del tempo) in prossimità di un attrattore con al centro i luoghi dell'infanzia.
Altro deve essere il punto, il trucco forse si intreccia con discorsi su giardini segreti, qui non solo (e non tanto) rifugi mentali, piuttosto luoghi fisici, tangibili, in cui tornare quando vivere, là fuori, si rivela troppo complesso, difficile da sopportare.
venerdì, aprile 18, 2003
Devastazione fisica.
Questa notte ho dormito 3 ore e mezza e ora sono al lavoro.
Stamane mi sono tagliato facendomi la barba e quasi non usciva il sangue, tanto era bassa la pressione.
Almeno ho trovato che fare stasera, sul treno per Napoli.
giovedì, aprile 17, 2003
Vorrei avere un Dio (Bugo - "Sentimento westernato")
Vorrei avere un Dio
vorrei avere un Dio
per scrivere sui giornali che finalmente ce l'ho anch'io.
Vorrei avere un Dio
vorrei avere un Dio
vorrei avere un Dio
anch'io
E forse la mia pelle non mi gratterebbe più
forse è solo il segno del destino.
Come il sugo sempre ha bisogno della pasta
vorrei avere un Dio
anch'io
Vorrei avere un Dio
vorrei avere un Dio
almeno avrei qualcosa da fare alla domenica
Vorrei avere un Dio
vorrei avere un Dio
vorrei avere un Dio
anch'io
Eppure tra i ricordi mi rimane il catechismo
quando pensavo solo alle montagne.
Non dò la colpa a nessuno, ma qualcuno pregherà
vorrei avere un Dio
anch'io
Vorrei avere un Dio
vorrei avere un Dio
per non pensare che i videogiochi sono tutto
Vorrei avere un Dio
vorrei avere un Dio
vorrei avere un Dio
anch'io
Questa insicurezza nei rapporti
la sistemerò quando avrò i capelli corti.
Come un cane senza il suo guinzaglio
vorrei avere un Dio
anch'io
Vorrei avere un Dio
vorrei avere un Dio
vorrei avere un Dio anch'io
Vorrei avere un Dio
vorrei avere un Dio
vorrei avere un Dio
anch'io
Scadenze.
In arrivo sanzioni piu' dure per i consumatori di cannabis.
Non mi sono mai fatto uno spinello, devo sbrigarmi.
mercoledì, aprile 16, 2003
Un genio.
Della sintesi e della battuta fulminante. Lo potete leggere qui.
Qualcuno sostiene si tratti nientepopodimenoche' di Altan (virtualmente) in carne ed ossa.
Lo stile è quello, però a me piace pensare sia un tizio qualsiasi, mancato vignettista perché scarso nel disegno.
O semplicemente soddisfatto della sua anonima vita.
martedì, aprile 15, 2003
Animali da compagnia.
Amelie scherza sempre. L'altro giorno si e' definita il mio animale da compagnia, ma in verita' non ci si vede molto spesso e le occasioni per farmi le feste sono ahime' poche.
Per fortuna che c'e' il mio co-inquilino, lui si' un vero animale.
Si tratta di un ragnetto (beh, piu' un ragnazzo) che ha preso casa, gia' da parecchi mesi, in uno degli angoli superiori della mia camera da letto. Se ne sta li' tutto rannicchiato, che a volte sospetto sia morto, tanto e' immobile. Ieri sera era spostato di un paio di centimetri con le zampe dispiegate, ma non ha reagito ai miei tentativi di farlo muovere.
Non ho capito di cosa si nutra, mi chiedo se sia in grado di badare a se stesso piu' di quanto faccia io (appena il necessario per sopravvivere).
Amelie teme che lui, di notte, le vada in bocca e percio', quando viene a trovarmi, mi prega di farlo sparire .
Ma io mi ci sono affezionato e lei e' solo gelosa.
Leghisti del Sud.
Se ci fosse sempre corrispondenza tra targa dell'auto e localita' di provenienza dell'automobilista, sarei tentato a fondare l'associazione "Trevigiani di Sicilia".
Purtroppo temo sarei l'unico iscritto e l'epurazione di Santoro mi priverebbe del sicuro invito a Sciuscia'.
L'alto numero di targhe padane al Sud e' dovuto ad un fiorente commercio di auto usate che il nordico edonista tende a sostituire giusto giusto nel momento in cui il mezzo, non piu' troppo nuovo, ma ancora in grado di avanzare, risulta adatto agli accidentati percorsi meridionali.
L'auto di importazione e' riconoscibile per la cornice della targa che riporta gli estremi del concessionario locale.
L'altro giorno al supermercato c'era l'ennesima auto targata TV - concessionario di Messina - con ancora incollato, in bell'evidenza, l'adesivo della Padania.
sabato, aprile 12, 2003
Lo zen a l'arte di parcheggiare (a Catania).
Un contributo vagamente razzista.
Un italiano che risieda sopra una non meglio precisata latitudine, alla sua prima visita meccanizzata ad una città del Sud, rischia grosso.
Giunto a Catania (o a Palermo, o a Napoli, insomma fate voi), il pericolo è quello di soccombere subito nel traffico, magari risucchiato da una scaffa.
Se abbastanza in gamba, l'imbranato omino del Nord può realizzare in fretta quattro o cinque regole base, in grado di portare lui e la sua auto più o meno integri a destinazione. Potere dell'adattamento.
Nel tempo potrebbe affinare la tecnica e superare anche quella sensazione di euforica anarchia che ti prende dopo essere passato, sgommando, ad un paio di rossi semafori pedonali e che ti porta a strafare. Potere di una vita di repressione (Bagdad insegna).
Se l'omino arriva a percorrerti l'intera rotonda con la freccia sinistra accesa(*), è fatta, ha capito e merita la patente speciale.
Purtroppo a questo punto non tutti gli ostacoli sarebbero superati.
Supponiamo che il guidatore voglia parcheggiare: per prima cosa si renderà conto che i parcheggi coperti a pagamento tendono a zero.
L'auto va lasciata lungo la strada, anche in doppia fila se si prevede di rientrare in tempi brevi. Se, puta caso, doveste entrare in un negozio per comprare qualcosa, non azzardatevi a lasciare l'auto a più di 10 metri dall'esercizio, rischiereste di venir presi per il culo dal primo che passa. Parcheggiate in doppia o tripla fila davanti al negozio e dedicate un pezzo del vostro cervello all'ascolto del tipico suono di clacson, detto del "chi è lo stronzo che mi ha chiuso l'auto, ché non posso uscire?".
Un parcheggio sulle strisce blu (a pagamento) non sempre è una buona idea. Scordatevi i parchimetri, l'ora d'arrivo si segnala grattando, appunto, l'apposito "grattino". Il grattino si acquista mediamente a duecento metri da dove avete parcheggiato (anche per un corollario della legge di Murphy), in un'edicola che impiegherete mezz'ora a localizzare, dopo aver chiesto informazioni ad una decina di peraltro gentilissimi siciliani (o napoletani).
Nel frattempo potrebbe essersi materializzato il fantomatico "ausiliario del traffico", un signore nato da una relazione clandestina tra un parcheggiatore abusivo (ne parleremo dopo) e una vigilessa. In quanto mezzo vigile e mezzo no (nel senso che preferite), l'ausiliario non è dotato di tutti i superpoteri di un poliziotto municipale ed è autorizzato a multare unicamente le autovetture parcheggiate sulle strisce blu e sprovviste di grattino o con grattino scaduto (questo almeno a Catania e a Napoli). Inoltre l'ausiliario, rispetto alla sua mamma vigilessa, dimostra un maggiore attaccamento al territorio (ha preso dal papà parcheggiatore) e una minore tendenza a lasciar andare la sua preda (eh sì, tutto il suo babbo). Fuor di metafora, è molto più probabile pigliare una multa da un ausiliario che da un vigile, soprattutto se il vigile si trova al parco (o al bar) con altri trenta colleghi a socializzare.
Il guidatore meridionale, ma anche il settentrionale riprogrammato, grazie al loro invidiabile istinto, preferiscono perciò parcheggiare sulle strisce pedonali o in zona rimozione, a poca distanza dalle strisce blu, che, salvo occupazione di tutto lo spazio complementare, resteranno perciò libere.
Ma torniamo a bomba al nostro omino impaurito. Egli, nell'80% dei casi, non si troverà ad affrontare alcuna delle casistiche fin qui descritte. Semplicemente troverà un posto libero non indicato da alcuna segnaletica orizzontale, lungo la strada o in qualche spiazzo.
Scenderà dall'auto e, la prima volta, non noterà avvicinarsi con passo predatorio il papà dell'ausiliario, il fantomatico parcheggiatore abusivo.
E poi si dice della televisione! Mai una volta, dico mai una, che questa interessantissima specie sia stata mostrata in un documentario di Quark!
L'imbranato omino del Nord non ha nemmeno mai sentito nominare la parola, "parcheggiatore abusivo", come volete che faccia a riconoscerne uno?
Quello gli si piazza davanti e lui pensa "e questo cazzo vuole?". Se è accompagnato da un amico autoctono, questi interverrà per calmare l'animale, rifilandogli l'apposito euro, altrimenti l'omino se ne andrà facendo finta di niente e nel migliore dei casi (ma solo nel migliore) nulla succederà alla sua auto.
Se l'omino si dovesse trattenere per un qualche tempo nella città, imparerebbe un po' alla volta a riconoscere il parcheggiatore, a schivarlo quando possibile e ad affrontarlo altrimenti.
La parte del riconoscimento è quella meno complicata: i parcheggiatori abusivi sono tutti impressionantemente uguali.
Piumino verde-turchese coperto da una patina di polvere e di unto d'inverno, maglietta marroncina unta, ascella pezzata e panza in bella evidenza d'estate. Portamento fiero da padrone della strada, spalle indietro, panza in fuori, ipercinetismo e certa teatralità, ampi gesti ad indicare il parcheggio libero anche se state andando da tutt'altra parte, talvolta fischietto con cui scassa la minchia fino all'una di notte a quelli che abitano nel quartiere.
Ma soprattutto barba di un giorno, perenne. E' questa la caratteristica che più farebbe propendere per l'idea di un specie a sè, geneticamente selezionata.
Se voi passate alla mattina alle 8 per una certa strada penserete che il parcheggiatore (sempre lo stesso, il territorio viene spartito una volta per tutte) non avrà avuto il tempo di farsi la barba, succede. Il giorno seguente in teoria si possono verificare due ipotesi: il parcheggiatore risulta rasato di fresco, oppure la barba ha un paio di giorni. Analogamente per i giorni successivi.
E invece niente. Sempre la stessa barba che spunta appena un po', come se avesse un solo giorno. Da cui risulta evidente che la barba del parcheggiatore non cresce.
I siciliani hanno un rapporto variegato, ma comunque negativo, con il fenomeno dell'abusivo.
Direi che si possono dividere in tre categorie:
1) I duri e puri. Non possono tollerare il parcheggiatore, vivono la sua presenza come una soppraffazione e cercano di contrastarlo in tutti i modi. Non pagano.
2) I centristi. Vivono male il loro rapporto con l'abusivo, però in qualche modo subiscono il suo potere. Se possono evitano di pagare, in genere pagano e poi brontolano.
3) I rassegnati. Aspettano che gli americani bombardino il quartier generale dei parcheggiatori (ha sede a fianco di quello della Cupola, con cui collabora), pronti a tirar giù il glorioso Monumento al Parcheggiatore Abusivo Ignoto che presto potrebbe essere eretto dall'Amministrazione Comunale. Pagano e fanno pure un sorriso, poi si allontanano e dicono tra loro: "c'hanno tutti la stessa faccia di cazzo. E la stessa barba di un giorno".
L'omino straniero deve presto scegliere a quale categoria vuole aderire. A scanso di equivoci, il sottoscritto, da bravo codardo, ha preso subito la tessera della lista 3.
Un omino del Nord che rientri a casa dopo pochi giorni tornerà probabilmente con un po' misto di euforia e di nausea addosso. Passata l'euforia, resterebbe la nausea e scatterebbe l'ora dei luoghi comuni, cui il nordico, sempre un po' razzista, cede volentieri.
Se invece l'omino si dovesse trattenere per qualche anno, un po' alla volta assorbirebbe un po' di sana(?) elasticità e troverebbe certe cose perfino divertenti.
Poi tornerebbe a casa, che so, per il ponte di Pasqua e si troverebbe in difficoltà nel dare le giuste precedenze e nel rispettare le regole del Codice della Strada. Sentirebbe perfino un po' di nostalgia per lo slalom tra le scaffe e per la rassicurante barba del parcheggiatore abusivo.
E si sentirebbe dare del cretino da chi lo vedesse percorrere l'intera rotonda con la freccia sinistra accesa.
(*) una rotonda percorsa senza freccia a sinistra è ad alto rischio di incidente.
Esiste un tizio a Catania che, dovesse esservi disgraziatamente dietro in quel momento, penserà voi vogliate uscire alla prima a destra e quindi vi supererà a sinistra (in rotonda) per poi poter svoltare a destra insieme a voi, partendo, però, con un quel vantaggio in velocità che gli permetterebbe di bruciarvi in ingresso. Ovvio, no?
Il tamponamento sarebbe inevitabile e poi naturalmente l'assicurazione vi darebbe il 50% di torto, perché, cazzarola, "Lei stava percorrendo la rotonda senza la freccia a sinistra".
giovedì, aprile 10, 2003
Cosa nostra (ma i diritti ce li pagano?).
Con la nascita della televisione degli alleati, l'Iraq compie un passo avanti nel suo percorso democratico. Verso una democrazia di serie Arcore.
Calimero.
Leggevo ieri, in un trafiletto di Repubblica, che un'associazione di genitori adottivi avrebbe contestato il vecchio carosello che ha per protagonista il pulcino Calimero, recuperato e riportato in video proprio in questi giorni.
Polemico anche il referente nazionale per le "culture delle differenze" di Rifondazione Comunista.
A me questo spot della mia ormai lontana infanzia, ha inizialmente prodotto quella strana sensazione di deja-vu che mi prende, per dire, ogni volta che risento la sigla di Goldrake.
Ma quasi subito mi ha infastidito la percezione di una sottile (ma neanche tanto) vena di razzismo che sottintende alla breve scenetta.
Credo che trenta anni fa nessuno si scandalizzasse, tanto che il carosello e' entrato nell'immaginario collettivo.
Eravamo piu' razzisti o semplicemente piu' ingenui?
mercoledì, aprile 09, 2003
La caduta.
D'accordo, la gioia sarà principalmente perché la guerra è finita, o almeno così ci si illude.
E' pur vero che, avesse vinto Saddam, si sarebbero forse viste analoghe o più imponenti manifestazioni.
Ok, erano un centinaio di iracheni, o poco più, in una città di oltre sei milioni di abitanti.
Però ammettiamolo che per gli iracheni la caduta di Saddam e della sua simbolica statua è una buona notizia, no?
Da verificare se sia altrettanto buona per il resto del mondo.
Il parere dell'esperto.
Riceviamo e volentieri pubblichiamo (suona figo, eh?) il seguente contributo del Mozzo al dibattito scatenato da un mio atto onanistico:
L'inserto di B.George pone il dito su un aspetto importantissimo della programmazione genetica, il cui nome già è terribile, perché fa pensare alla riprogrammazione del patrimonio genetico tanto di moda oggi in ambito medico.
In realtà anche il termine "programmazione genetica" ha una sua ragion d'essere, ma tende ad essere sfruttato agevolmente dal superpippismo dilagante.
Si chiama programmazione genetica perché gli algoritmi genetici sono degli algoritmi di minimizzazione (o massimizzazione), e nell'ambito della ricerca operativa (altro termine altisonante che significa in parole povere l'arte di risolvere problemi di minimo o massimo con vincoli) le tecniche di minimizzazione prendono il nome di "programmazione": abbiamo quindi la programmazione lineare, non lineare, dinamica, ecc., a seconda del tipo di funzione da minimizzare e delle tecniche adottate allo scopo. Gli algoritmi genetici (o programmazione genetica) si basano in qualche modo su una ricerca pseudo-casuale del minimo, aiutata da "botte" random e selezione dei punti migliori. Per altro, il carico computazionale di un algoritmo di programmazione genetica non è indifferente (c'è tutta una letteratura dedicata alla parallelizzazione degli A.G. su cluster di macchine) e la sua effettiva esecuzione richiede un approccio del tutto algoritmico al problema. Il grande vantaggio della programmazione genetica sta nella relativa facilità di soluzione di problemi di minimo vincolato su funzioni non lineari, di molte variabili, di cui non si conosce il gradiente. A partire da questo punto, ogni problema in cui si può definire come criterio di progetto la minimizzazione di un funzionale può essere ricondotto ad un problema di programmazione. Pindaro mi ha fatto un baffo, e mi riallaccio dunque all'inizio del post, in cui parlavo della considerazione fatta da B.George... tutto sta nella definizione del funzionale, quello che si chiama in programmazione genetica "funzione di fitness". E qui entriamo in un circolo vizioso... Perché nella definizione della fitness entra in gioco la presupponenza del risultato citata da B.George. Vi dirò di più, che molto spesso quando si lavora con gli algoritmi genetici si segue un percorso molto poco rigoroso, e cioè:
1) si definisce una fitness
2) si minimizza con la programmazione genetica
3) si va a vedere cosa abbiamo creato con quella fitness minima
4) se il risultato non è vicino a quello che supponevamo di ottenere si butta il risultato alle ortiche, si definisce una nuova fitness e così via. Tutto sommato credo che le soluzioni a problemi progettuali in cui si crea un prototipo minimizzando una fitness tramite la P.G. siano di due tipi:
1) subottime, abbastanza simili alle nostre aspettative, che forniscono un risultato che ha in qualche modo già "ristagnato" nella nostra mente.
2) con spunti fuori dal comune senso del pensare, che provengono principalmente dalla possibilità di introdurre qualche mutazione random nell'algoritmo.
Tali soluzioni, se prese attentamente in esame potrebbero talvolta condurre ad allargare i nostri orizzonti progettuali. Tali soluzioni vengono invece spesso scartate senza appello.
Quindi, sono d'accordo con Nikapov quando dice che tutto sommato l'idea di un intelligenza che capisce se stessa è quanto meno impressionante, soprattutto se paradigmi interessanti devono per forza di cose essere implementati attraverso soluzioni prettamente algoritmiche. Credo comunque che una buona fetta della comunità scientifica stia adesso usando correttamente i paradigmi della cosiddetta AI, rivolgendosi a specifiche applicazioni pratiche, senza più illudersi che il Perceptrone Multistrato è un emulatore di cervello. La ricerca di base rivolge invece i suoi interessi verso altri paradigmi più intriganti, in particolare quelli dei sistemi complessi, autopoietici, auto-organizzanti, e ai paradigmi dell'"Emergence", e delle catastrofi.
Vi rimando ai vari Gell-Mann, Capra, Maturana-Varela, e al buon Strogatz, di cui cito il neo-pubblicato "Sync: The Emerging Science of Spontaneous Order".
Ciò detto, vado a letto. Domani devo alzarmi presto, le mie reti neurali mi aspettano...
Decisamente interessanti le considerazioni del Mozzo, che non per niente non è il primo pirla che passa, facendo di mestiere il ricercatore universitario e lavorando proprio in questo campo.
Al di là delle frasi di circostanza trattasi di solenne abbattimento del volo pindarico del nikapov, basato su poco più che una lettura superficiale di un articolo su Le Scienze, e di una conferma delle perplessità di b.georg.
Il Mozzo, ahimé, ci riporta bruscamente alla realtà, e la realtà è la limitatezza dell'approccio umano, che passa inesorabilmente per l'astrazione algoritmica nello sforzo di risolvere problemi. Il tentativo di comprendere il processo e soprattutto di governarlo, porta per forza di cose alla semplificazione del processo stesso e quindi alla necessità di selezionare solo alcune delle direzioni di sviluppo.
In questo ambito, l'individuazione di un criterio di selezione, torna il discorso di b.georg sul "presupporre il risultato", per cui alla fine si scelgono le strade più affini a ciò che ci si aspetterebbe. Questo è un secondo limite, tipicamente "umano".
Ma il Mozzo mette l'accento anche su un altro aspetto che mi sembra interessante, su uno sport abbastanza diffuso tra lo scienziato contemporaneo. Quello di sostituirsi in toto al filosofo, avviandosi, spesso da solo, attraverso percorsi per cui quasi mai è attrezzato.
E se si perde un ingegnere di poca importanza con un blog di ancor meno importanza è un conto, se il disperso è un fisico discretamente famoso, beh, le cose possono diventare un po' più gravi (magari non sempre).
Comunque ho ancora un po' di cose da chiederti, Mozzo, una volta che passi per Catania ci spariamo una birra con Adrix. Se si unisce anche b.georg, a lui la birra la offriamo ;-)
martedì, aprile 08, 2003
Fidarsi della tecnologia?
Scrive oggi Bernardo Valli, uno dei giornalisti che in queste ore stanno rischiando la pelle a Bagdad, sulla prima pagina di Repubblica:
"[...] Non puoi buttarti giù dal letto ogni volta che senti delle esplosioni, anche se ravvicinate. Altrimenti, a Bagdad, in questi giorni, sei sempre sveglio e in agitazione. In questo comportamento si nasconde un'inconscia fiducia nella precisione della tecnologia americana. Non ce l'hanno con me, pensi, e ti giri dall'altra parte. Non mi fido, forse, del loro Microsoft Windows 2000? Perché non dei loro missili?[...]"
Ecco, mai paragone fu più azzeccato. Detto per inciso, a me, oggi, Windows 2000 si è piantato tre volte.
Cattive compagnie.
Ho trovato, tardi, il link all'articolo di Sofri di cui parlavo due post fa. E poi un commento al medesimo articolo sul Foglio. Il tutto grazie al blog Camillo.
Lo dicevo io che non mi sarei trovato in buona compagnia.
lunedì, aprile 07, 2003
Ingegneria delle frustrazioni.
Dopo qualche anno di lavoro, succede che uno comincia a chiedersi il senso di ciò che sta facendo.
Diciamocelo, e' un meccanismo che scatta frequentemente nella vita di un uomo (e di una donna), coincide solitamente con le fasi di passaggio, in cui basta un attimo di cazzeggio ed ecco che uno subito inizia a tormentarsi chiedendosi robe tipo: chi sono io? cosa ci faccio qui? ma perche' mi guardo Bruno Vespa tutte le sere, se so gia' che poi mi incazzo?
Sto gia' cominciando a divagare, non era questo il punto (un giorno dovro' soffermarmi a riflettere sul mio approccio frattale alle questioni).
Volevo parlare del lavoro. Insomma, mi piacerebbe fare qualcosa di utile, sentire che lo spendere 8 ore al giorno serve a qualcosa, o meglio a qualcuno.
Un lavoro nel sociale richiede un minimo di vocazione missionaria, che a me, ragazzo egoista ed egocentrico, manca. Hai un bel dire che l'impegno sociale puo' essere ricerca di un riconoscimento al proprio ruolo di "salvatore", resta che quelli si fanno un mazzo tanto e spesso sono presi a calci (ne conosco qualcuno). No, no, il mio egoismo e' piu' forte, include un robusto istinto di sopravvivenza. [Taglio del ramo frattale]
E poi uno studia ciò che gli piace, si trova con il pezzo di carta e, per far fruttare quel minimo di competenze acquisite, si trova di fronte ad un ventaglio di possibilita' che va da nessuna a veramente molto poche.
Per qualche tempo mi sono illuso di poter dare un contributo, di certo minimo, ma nelle mie intenzioni comunque percettibile, allo sviluppo tecnologico della societa'. Bum!
Presente tutti quegli oggettini che ci circondano e che ci aiutano a vivere meglio? Ecco, mi sono fatto un po' abbagliare dal "ci aiutano a vivere meglio".
Per esempio, al mio primo lavoro "serio" progettavo e scrivevo il software di apparati per la telesorveglianza. In sostanza quegli affari piazzati all'interno di una qualsiasi casa di un qualsiasi veneto con un reddito superiore ai 50 mila euri annui (sono parecchi), che mandano segnalazioni alle centrali di vigilanza.
Ho presto realizzato che una societa' in cui la gente si rinchiude in casa armata di antifurto e magari di schioppo, beh, non è esattamente il genere di societa' cui avrei voluto contribuire.
Oggi scrivo software per i decoder satellitari, quelli di Stream e Telepiu', per intenderci.
A parte il fatto che non una riga del codice che ho scritto finora e' mai finito su un apparecchio commerciale (prossimo argomento di post: riflessione sullo spreco di risorse e tempo nella moderna societa' tecnologica e chiudo subito il ramo frattale), non sento poi cosi' utile l'evoluzione di mezzi che permettono ad un tycoon qualsiasi di rincoglionire il proprio paese e poi magari di essere eletto Presidente del Consiglio.
Detto papale papale, a me la televisione fa cagare. Poi Amelie sosterra' che mi sparo piu' tv io di certe vecchiette che guardano Emilio Fede. E io rispondero' che ognuno vive le sue contraddizioni. [ramo chiuso]
Certo, quello che faccio mi piace, mi ci diverto perfino. Da qui a trovarne un'utilita' sociale pero' ce ne corre.
L'altro giorno ho mentalmente spuntato un po' di applicazioni della moderna tecnologia, cercandone qualcuna di realmente utile.
Ne ho trovate diverse, primo fra tutte l'intero ramo della tecnologia biomedicale.
Troppo lontano, questo, dalle mie esperienze, mi sono soffermato un attimo sul settore dei telefonini. La loro utilita' e' indubbia, ad ascoltare le statistiche a breve il rapporto cellulari per persona superera' il 120% (miracolo della confusione Sim-telefonino, ne sanno una piu' del diavolo questi marchettari [chiuso]).
Mentre ragionavo su 'ste minchiate mi trovavo nella sala d'imbarco dell'aeroporto di Catania.
Ad un certo punto ho realizzato di essere circondato, peggio che il Rais a Bagdad. Tutta intorno gente che sparava. Tremendi sibili, ora acuti, ora gravi, infilzavano i miei timpani. Ero in procinto di sollevare il fazzoletto bianco, quando finalmente, ripreso un minimo di equilibrio dopo lo stordimento dei colpi, ho visto le armi che temevo fossero su di me puntate. Telefonini.
Fottutissimi telefonini dell'ultima generazione, display a colori, suonerie polifoniche scassaminchia e soprattutto una marea di giochini ingiocabili, ma estremamente fastidiosi. In una fila di poltrone non c'era uno, dico uno che leggesse qualcosa, mica Chomsky, anche solo Novella 3000 (io stavo leggendo "Musica" di Repubblica, non tanto di piu').
Niente, alternativa secca tra lo sguardo annoiato nel vuoto e il fottuto gioco del telefonino.
Sapete mica di qualche concorso per l'insegnamento?
venerdì, aprile 04, 2003
Siam pacifisti o calabrache?
Niente, quelli là non ne vogliono sapere di sfilare tutti insieme.
E così io, al di là dei proclami, sono costretto a scegliermi un corteo, anche se non ho ancora capito bene quanti ne stanno sfilando.
Esclusa la possibilità di crearne uno personale (non è mica un blog), direi che scarto tutti i cortei dei diversi leader del centrosinistra (per intenderci quelli in cui il capopopolo è in testa in bell'evidenza con il suo bel cartello con tutti i suoi bei distinguo).
Scartato anche quello di Pietro Ingrao, non senza un filo di dispiacere, mi accodo magari a quello di Adriano Sofri, con un certo timore di non trovarmi in buona compagnia.
Provo sempre un filo di soggezione quando sento parlare il vecchio Ingrao, forse perchè me lo immagino saggio, o forse per un riflesso di quel misto di soggezione e ammirazione che in anni remoti traspariva nei discorsi di adulti dei miei giovani genitori.
Piccola divagazione, tra le tante.
A tre anni (1974) ero sulle spalle di mio padre, a Milano, a scandire "Cile rosso, Cile libero", ho vaghi ricordi di una giornata divertente ed eccitante.
Indelebile è poi il ricordo di una conferenza di Lucio Magri a Bassano del Grappa, io e mio fratello, avrò avuto massimo 6-7 anni, mia madre non aveva a chi lasciarci, credo di non essermi mai rotto le palle come quella sera (e dovevo pure stare fermo), non li perdonerò mai.
Scherzo, dev'esserci un film, mi pare francese, che si intitola una roba tipo "La fortuna di avere avuto dei genitori comunisti". Non l'ho mai visto, ma mi ha colpito il titolo, per me contiene una grande verità.
Dicevo di Ingrao. Mi sono cadute le braccia oggi, leggendo quell'intervista su Repubblica. E forse ancora di più quando ho letto il trafiletto sul Manifesto.
Il vecchio comunista, che si definisce pacifista ma non calabrache, spera in una resistenza ad oltranza del popolo iracheno all'invasione americana, pensando in questo modo di arginare la politica imperialista di Bush (tesi da dimostrare, secondo me).
Il tutto senza uno straccio di analisi o di dubbio sulle conseguenze di una sconfitta, anche solo morale, americana in termini di vite umane e in termini di impatto sull'economia (e non dite chi se ne importa, a me importa, agli operai importa, e anche a voi, se ci pensate bene, importa. A Bush magari importa un po' meno). Ma soprattutto senza una seria riflessione sull'effetto che una galvanizzante resistenza avrebbe sulle spinte fondamentaliste che percorrono l'intero mondo islamico.
D'accordo, era un'analisi da fare prima, e infatti questa guerra è stata una cazzata, questo penso e per questo vorrei sfilare.
Il buon Sofri, invece, su Repubblica di ieri (pagina dei commenti) si spende in una lunga e ragionata analisi sulle conseguenze di cui prima, sviluppando tutta una serie di riflessioni, ma senza dare risposte certe.
In particolare sottolinea la necessità di smascherare gli USA sulle reali intenzioni di questa guerra, e di lavorare per incastrare gli States e proporre un'alternativa efficace alle questioni cui l'intervento militare dice di voler rispondere (pacificazione del Medio-Oriente, riappropriazione dell'Iraq e delle sue risorse da parte degli iracheni, Stato Palestinese, ecc.). E afferma una verità semplice, ma spesso dimenticata: che questo Occidente, sazio eppure vorace, libero ma censurato, democratico di una democrazia spesso flebile e manipolata, tutto quello che volete, in fondo resta un posto migliore dell'Iraq di Saddam.
Non so se Sofri abbia ragione, non lo sa nemmeno lui, almeno così dice.
Però istintivamente sento che le semplificazioni ideologiche, la scorciatoia dello slogan, la presa di posizione sprovvista di dubbio, l'auspicio (ha ragione Leonardo, perché dobbiamo sperare per forza qualcosa?), mal si adeguano alla complessità del reale, specie se la realtà è quella di una guerra globale.
Adriano Sofri è uno che di semplificazioni deve averne fatte troppe in passato, e infatti mi pare rifugga dalla trappola scrivendo un articolo denso e lungo un'intera pagina.
Pietro Ingrao, invece, si accontenta di un trafiletto, e a me sinceramente dispiace, perché un po' è come l'avessero scritto i miei giovani genitori.
giovedì, aprile 03, 2003
Satelliti.
Comprensibile, ma eccessivo, entusiasmo ieri per il passaggio dell'emendamento dell'opposizione, che manderebbe Rete4 sul satellite.
La sensazione era quella di un messaggio, invero mafiosetto, tutto interno al Polo; si raccolgono scommesse sul fatto che al Senato Silvio Banana non esitera' a porre la fiducia sulla legge Gasparri.
Comunque, nel caso andasse male, si potrebbe puntare su un obbiettivo piu' modesto: mandarci solo Emilio Fede sul satellite, fisicamente intendo.
martedì, aprile 01, 2003
Ancora sulla programmazione genetica
Ecco, lo sapevo che passava di qua uno con qualche kilo di libri letti in più sulle spalle e leggeva il mio post pipparolo. Per fortuna che b.georg di falsoidillio, oltre che blogger di alto livello, è anche ragazzo educato, per cui non ha voluto infierire più di tanto.
Mi ha mandato il suo commento via email e io lo riporto qui sotto con il giusto risalto.
proverò a dire la mia, sperando che popper non risorga proprio adesso :)
non mi è ben chiaro cosa volevano dimostrare i ricercatori. In ogni caso non parlerei di caso: c'è un obiettivo finale, un telos cui il processo deve tendere, c'è un processo di selezione attivo, c'è un'intelligenza in grado di discriminare i vari passaggi attraverso un criterio di maggiore o minore vicinanza al telos, che è quindi percepito non in maniera statica ma come processo; perché come si stabilisce se una data rete "assomiglia" a un filtro passa basso e quanto gli assomiglia? Sembra una sciocchezza, ma la parola "assomiglia" racchiude molti misteri dell'intelligenza: assomiglia qualitativamente, quantitativamente, rispetto alla funzione, per analogia, per similitudine, per differenza, per numero di parti sovrapponibili ecc ecc... Chi lo istruisce il computer che decide cosa selezionare e cosa no e con quali criteri (anche i più semplici e meno significativi, anche solo: "verifica se ci sono tutti questi pezzi in questo ordine" o "verifica se il circuito produce un'onda di questa ampiezza")? Mica si istruisce da solo. Ci vuole un essere intelligente per capire se una cosa "assomiglia" a un'altra, e non è chiaro come faccia questo benedetto essere a dirlo (se lo si sapesse, l'intelligenza artificiale non sarebbe la bufala che è). La "misura della bontà dell'oggetto rispetto ad uno scopo prefissato" non è così innocente come si può credere. Anzi è ciò per cui alla fine l'esperimento attiva un processo che produce un manufatto intelligente: perché c'è un'intelligenza all'inizio che l'ha prodotto (solo che si è nascosta e ha fatto finta che si facesse da sé, a caso: insomma, c'è il trucco. Si chiama "presupporre il risultato").
In realtà questo esperimento, comunque per me interessante, mi fa venire in mente "l'intelligenza corporea" che ci guida nella soluzione dei casi pratici (che siano inventare un manufatto o guidare un'auto). Prova a pensare al fare una curva. Il primo giorno dopo la patente la fai da schifo, poi pian piano ti migliori, senti il mezzo più tuo, finche ti ci fondi e lo "usi" come una tua estensione, prendendo di sponda il reale col tuo corpo come una palla le sponde del biliardo (be, più o meno...). Nel frattempo hai "selezionato" una gran quantità di gesti scartando progressivamente quelli inadatti e alla fine per sottrazione, come michelangelo con le sue statue, hai prodotto il gesto "fare una curva decente" (e l'hai prodotto in modo singolare, con una tua gestualità specifica). Lo stesso processo avviene quando creiamo manufatti (sia che utilizziamo il nostro corpo, sia una specie di "corpo virtuale" nel caso di manufatti astratti). Guidare un auto o fare cose apparentemente stupide come ad esempio modellare un aggeggio per recuperare un oggetto sfuggente che ci è caduto in un punto in cui non arriviamo con le dita (sai quegli sgorbi fatti con le cose che ti trovi sottomano, che simulano una funzione selezionando una forma) sono processi infinitamente più complessi che non l'esperimento di cui si parla, perchè sono interattivi e vengono condotti in medias res. Esattamente come l'evoluzione darwiniana, in cui il rimbalzo reciproco con l'ambiente "spinge" l'evoluzione e le sue alternative, più che attirarle verso un telos che non esiste affatto. Per questo ciò che noi giudichiamo ridondante è solo la misura della nostra assoluta incapacità di cogliere il senso dei processi (che pure governiamo!), persi come siamo a cercare finalità.
ciao :-)
p.s. scusa la lunghezza, ho un po' di insonnia :-)
Di b.georg mi piace la capacità di ricercare il senso, il significato, di leggere semanticamente il reale. Si muove da un'angolazione per me originale, esterna alla "gabbia" cui mi costringe la mia formazione culturale.
Nel caso specifico e proprio a proposito di significato, credo ci si dovrebbe preventivamente accordare sulla definizione del termine intelligenza. Mi sembra compito improbo, sicuramente al di fuori della mia portata, perciò mi limito a qualche osservazione a margine (e dentro la mia gabbia, sono furbo, eh?).
In effetti, come dice b.georg, la definizione della funzione misura, quella che garantisce la bontà dell'oggetto selezionato, presuppone un intervento non banale di un'intelligenza.
Nell'esempio di un filtro passa-basso si tratta di una "semplice" funzione differenza tra la risposta in frequenza cercata e quella dell'oggetto selezionato. Parlare di "differenza" e di "risposta in frequenza" presuppone già tutto un lavoro di modellizzazione matematica e di astrazione del reale a monte. Una volta però compiuto questo sforzo e individuata la cornice in cui la selezione genetica avviene (ulteriore intervento "intelligente"), non serve molto altro per raggiungere lo scopo.
Procedendo invece per via classica nella ricerca di una modellizzazione matematica del filtro, le definizioni precedenti (differenza, risposta in frequenza, ecc.) e lo sforzo intellettivo necessario per produrle sono comunque necessarie, ma costituiscono ora una sorta di "campo base" per la conquista di nuove vette.
Ma c'è qualcosa in più, secondo me. Mentre lo sforzo aggiuntivo richiesto dalla programmazione genetica è costante (definizione dell'environment, ovvero accoppiamento, genesi e mutazione genetica), nell' astrazione matematica del reale lo sforzo è variabile.
E' come se nel primo caso avessimo a disposizione una serie di mezzi cingolati catapultati da non importa chi in un campo base Alto, che dovremmo raggiungere a piedi con sforzo costante. I mezzi cingolati si muovono a casaccio (o quasi), ma una volta avviati, però, non richiedono sforzo aggiuntivo e basterà controllare che prima o poi uno ci porti sulla vetta cercata (anche se alla fine non capiremo bene come ci siamo arrivati).
Nel secondo caso, invece, dovremmo farcela tutta a piedi partendo da un campo base Basso, con un indubbio guadagno in termini di comprensione del percorso fatto, ma con uno sforzo variabile in funzione dell'altezza della vetta.
Il vantaggio (minore intelligenza usata, ovvero minore sforzo) nel primo approccio rispetto al secondo si ha quando la vetta cercata è più alta del campo base A(lto).
In termini pratici in poche settimane (macchina) di bruto calcolo e di selezione artificiale sono stati trovati circuiti la cui "astrazione matematica" (umana) è stata brevettata nell'anno 2000, dopo decenni di ricerche. Non si tarderà ad arrivare a circuiti non ancora modellizzati (mi pare ce ne sia già uno in fase di brevetto).
Inserendo il discorso nella natura, possiamo presupporre che essa presenti una forma di intelligenza nel selezionare gli esseri più adatti. Ciò che mi viene spontaneamente (e presuntuosamente, lo ammetto) da pensare, però, è che tutta questa intelligenza sia già racchiusa in quella umana (a parte qualche significativa eccezione, Bush docet) e costituisca un "campo base" da cui parte la nostra capacità di astrarre il reale. Lo stesso esempio che porti, b.georg, quello dell'intelligenza corporea, rientra secondo me nel percorso che sta prima del campo. Voglio dire, anche gli uccelli sono in grado di imparare dagli errori e di migliorare via via le loro rotte di migrazione. Dei topi in un labirinto imparano velocemente il percorso migliore per raggiungere il cibo. Alcune specie di scimpanzè costruiscono e usano manufatti. Io invece ho impiegato un sacco a imparare a fare le curve, ma l'esempio è fuorviante.
Di certo mi inquieta l'idea che le vette raggiunte dall'intelligenza umana ancora non siano in grado di guardare che ai primi metri di percorso verso il campo base. C'è da chiedersi se esisterà mai una vetta così alta da permettere una visuale su tutta la tratta e in caso affermativo, se potremo mai arrivarci a piedi senza perderci. In caso negativo c'è sempre il cingolato ;-)
Ehm, chiedo scusa a tutti, non volevo, giuro non volevo ...




