LUCCICANZA
(Del poco che avanza)

giovedì, agosto 28, 2003

 

Misteriosi misteri.

Riassumendo:
la voce è la riuscita imitazione di un'unghia che disegna "l'Urlo" di Munch su una lavagna;
il viso sembra plasmato sulle parole che Sergio Leone spese per Clint Eastwood: "Ha due sole espressioni: con il cappello e senza cappello";
lo stile, la prontezza, la ricerca della domanda giusta si rifanno direttamente alla migliore scuola audiovisiva dilettante, sottospecie liceale occupante autogestito in cerca di giustificazione culturale al proprio cazzeggio;
l'utilissimo occhiale dalla gialla lente sembra dirci che ci siamo sbagliati (nessun cappello), che le espressioni sono potenzialmente infinite, basta variare la regolazione dell colore della TV.

Domanda spontanea, stasera immantenentemente sortami : l'inviata sul campo dei Mondiali di Atletica, di chi è parente?









rilasciato da nikapov | 23:16 | commenti

sabato, agosto 23, 2003

 

Antroponimìa.

Il bimbo faceva un gran casino.
- Non ci voglio salire, voglio andare con la macchina, il papà mi porta con la macchina!
L'autista spazientito invitò la madre a salire.
Lei rinunciò all'opera di persuasione e prese in braccio il bimbo, finalmente le porte si chiusero.

Alla fermata restarono in due.
Lui.
- Certo che i bimbi di oggi sono proprio viziati.
Lei.
- Già.

- Voglio dire, i nostri genitori erano più severi, mia madre sapeva mettermi in riga.
- Anche la mia.
- Mia madre faceva lo sguardo feroce, incuteva timore.
- La mia mi chiamava Giacoma.
- Giacoma?
- Non mi chiamava con il mio nome, che poi sarebbe Aida. Diceva che ero Giacoma, la parte cattiva che viveva in me. Poteva chiamarmi Giacoma per una settimana di fila senza mai confondersi.
- Fiuuu, pesante.
- Già.
- La storia di "Dottor Giacoma e Mister Aida".
Un sorriso.
- Non c'avevo mai fatto caso. Però nell'originale Dr. Jekyll era la parte buona, no?
- Eheheh, vero. Certo che dev'essere stata dura per te, voglio dire, il nome ha a che fare con la tua identità, il tuo io, roba di questo genere insomma.
- Già.
- E comunque io mi chiamo Marco.
Lui allungò la mano.
Lei sorrise.
- Piacere Marco, io sono Giacoma.
























rilasciato da nikapov | 00:48 | commenti

venerdì, agosto 22, 2003

 

Son soddisfazioni.

Ogni qual volta il blog si monta la testa, tocca a uno dei due moderatori segare ogni ambizione e/o volo pindarico, ché poi voglio vedere voi a gestire 'na roba di successo, ché poi diciamocelo, se il blog viene seguito da più di cento persone al giorno è già un fenomeno, altro che Auditel, diteglielo a Pippo Baudo di farsi il blog quando si stufa della tivvù.
Dopo gli ultimi begli exploit letterari di Amélie, l'ingrato compito di rompitore di uova nel paniere tocca a me, direi che per ora non me la sto cavando male, sembro Megaloman che strapazza il mostro.
Come lui, infatti, riservo l'arma finale sul finale (ché altimenti sarebbe un'arma iniziale o un'arma a metà) ed estraggo dalla fulgida chioma bionda un coniglio bianco, sotto forma di un fantastico algoritmo ottimizzato, detto della "minimizzazione del rischio di contatto nel cambio del costume in un bagno contaminato".

Analizziamo una situazione tipo, molto diffusa in natura, non negate, anche a voi sarà capitato qualche volta.
Anche a voi sarà capitato qualche volta di finire le ferie.
Anche a voi sarà successo di trascorrere una settimana davvero niente male nel vostro bellissimo paesello natio.
E anche voi sarete tornati a lavorare a più o meno 1500 km dal suddetto paesello.
Per carità, mica male il posto in cui vivete e lavorate, c'è perfino il mare.
Anzi, sapete che vi dite?
Quasi quasi, per consolarmi, ogni giorno, appena uscito dal lavoro, mi sparo una bella nuotatina di mezz'ora, giusto per vantarsi con gli amici che stanno ancora in ferie e non sanno cosa si perdono, a farsi una nuotatina di mezz'ora dopo otto ore di lavoro in un ufficio deserto ad una temperatura prossima allo zero (40 gradi di sbalzo termico quando uscirete), ché gustamente l'ufficio è deserto e da soli non fate abbastanza effetto stalla.
No, non lo sanno proprio quel che si perdono.

Per andare al mare avete bisogno del costume e, siamo onesti, stare otto ore a zero gradi più una di mensa a 40 gradi, sempre con il costumino, non è quella che si dice un'idea brillante.
La vestizione del costume, perciò, va operata qualche minuto prima di lasciare l'ufficio, nel bagno.
Si presentano due opzioni:
siete una donna e quindi, senza problemi vi cambiate nel bagno delle donne;
siete un maschione e a ben pensarci l'ufficio non è poi così deserto, con voi una dozzina di altri colleghi tra cui quei due o tre non-ancora-identificati-figuri che tendono a riversare i propri umori al di fuori del territorio dal confine ellittico, che viene loro assegnato.
Quindi o vi cambiate nel bagno delle donne (meglio evitare, è dimostrato che esiste sempre almeno una collega in bagno), oppure applicate il fantastico algoritmo che ho brevettato e che permette in poche semplici mosse di ritrovarsi con un costume addosso senza aver appoggiato nulla che non siano le scarpe al suolo (prossimamente la versione volante, detta "Megaloman").

Il procedimento?
Ve lo spiego un'altra volta, ché sto esaurendo i 160 caratteri a mia disposizione.
Anzi, facciamo una cosa, voi nel frattempo pensateci, poi mi racconterete le vostre soluzioni.
Con calma, però, quando tornate dalle ferie.






















rilasciato da nikapov | 00:33 | commenti (5)

giovedì, agosto 14, 2003

 

FIAMME

Quel mattino il paesggio correva via dai miei occhi. Ogni oggetto su cui si posava il mio sguardo fuggiva nella direzione opposta alla mia, e, più erano vicini al finestrino del mio treno, tanto più case, alberi e auto fuggivano veloci via da me.
Intorno il vagone era pieno, i posti a sedere erano tutti occupati da gente persa nei propri pensieri: molti erano troppo assonnati per chiacchierare col vicino, alcuni leggevano distrattamente una rivista, altri nascondevano gli occhi e il volto dietro un quotidiano.
C'era un silenzio quasi irreale, interrotto solo dal rumore metallico del ritmico avanzare del treno e dal suono cartaceo dei giornali sfogliati.
Cercai dentro di me il senso di solitudine, lo trovai e lo indossai. Era adatto:non si è mai così soli come in mezzo a tanta gente, dove sei solo uno fra tanti...
Rivolsi di nuovo lo sguardo al finestrino e scorgendo il percorso familiare salutai la luce del sole, cominciava il tratto sotterraneo del mio viaggio quotidiano.
Nel vagone scese il buio.
Poi, a illuminare il treno immerso nel ventre di Napoli, si accesero i neon impolverati.
Mi alzai e mi diressi alle porte, poco a poco tutto il vagone mi seguì.
Tutti in piedi, fermi davanti alle porte ancora chiuse.
Guardai, sui muri anneriti del tunnel, le facce di chi mi era dietro riflesse sui finestrini: facce di estranei, scure e silenziose.
Ma già sentivo avvicinarsi suoni di vita...
Il treno rallentò e al buio si sostituirono le luci basse della stazione e l'immancabile folla del capolinea.
Le porte del vagone si aprirono e mi ritrovai ad essere sospinta dalla folla verso le scale, in un'esplosione di voci: alte, basse, roche, squillanti...
Non riuscivo a guardare oltre le teste dei miei frettolosi "vicini di calca" e mi soffermai a guardare le loro nuche: uomini dalla sfumatura bassa che si immerge nei colletti inamidati, donne dal collo coperto da un manto di capelli, teste chiare, teste scure, un pizzico di personalità in uno sciame di api operaie, ognuno con la sua propria nuca, per distinguere impiegati da studenti,  uomini da ragazzini, l'unico dalla folla...
Ma all'improvviso tutto si illumina di una violenta luce rossastra, tanto da non distinguere più i capelli neri da quelli bianchi, i colli dai colletti, tutto e tutti indistintamente rosso fuoco.
Fuoco?
E allora ho voltato il mio di collo per guardarmi alle spalle, consapevole che, nello stesso istante, lo stesso gesto era compiuto dai miei compagni di ressa, un movimento lento di centinaia di teste rosse che si voltano in sincrono, individualità annegata nella luce di fiamma e nel gesto di alzare la testa e guardare:

OTTICA RUGGIERO

fiammeggiare su un enorme cartellone luminoso che rende tutte le nuche di brace e attira indistintamente gli sguardi!

Pubblicità vigliacca che spegne ogni unicità, che costringe tutti allo stesso banale gesto  e riempie gli occhi della stessa stupida scritta:

OTTICA RUGGIERO

Poi la fiamma si spense e tutti ci voltammo, salendo ancora qualche gradino guardai ancora le nuche, non erano più rosse ma ora erano tutte uguali.

















rilasciato da amelie | 10:12 | commenti

lunedì, agosto 04, 2003

 

Passato e futuro della fresella.

Si sa, in agosto anche la notizia va in ferie e se la fonte è già di per sè avara di interessanti spunti da dibattito, si rischia di capitare nel deserto informativo.
E' più o meno ciò che ho pensato sintonizzando il televisore sul TG2 stasera, e infatti subito dopo me ne sono andato a preparare l'ultima novità in fatto di piatti da importazione.
Mentre cercavo di ricostruire un qualcosa che assomigliasse all'originale "fresella" napoletana (versione Amélie), dall'altra stanza la tipa raccontava dell'interessantissimo sondaggio commissionato a spese del popolo, sulle preferenze del popolo stesso in tema di trasporto temporale: se poteste scegliere, preferireste un viaggio nel passato o nel futuro?
Risposta: il 60% andrebbe in avanti, il 40% tornerebbe indietro.
Confesso di non essere riuscito ad archiviare la pratica come avrei voluto e a dirottare tutti i neuroni sull'operazione di versamento dell'olio. Una percentuale via via crescente delle connessioni sinaptiche si è fatta prendere dal quesito e dall'italica risposta, distogliendosi dalla retroazione culinaria e provocando un irreversibile allontanamento del prodotto finale dal modello originale.
Tutto il conseguente ragionamento e' stato seriamente minato dal difficile processo digestivo (tuttora in atto), ma non per questo mi esimo dallo svilupparne i punti salienti.

Diciamocelo, le percentuali convincono poco.
Io, per esempio (uno a caso). Da sempre appassionato di fantascienza e di tutto ciò che potremmo racchiudere nella generica definizione di "futuribile", avrei votato per il passato. Per la storia.
Non quella con la S, in definitiva collezione di battaglie e di morte, ma la storia della gente e dei luoghi.
Come vivevano i miei avi, chi erano, cosa pensavano? Com'era il mio veneto paesello 200 anni fa? E 10000? Com'era la costa della Sicilia prima del '900, prima che l'abusivismo la facesse a pezzi?
Di sapere come vivranno i miei figli ho paura, magari farò in tempo a vedere qualcosa, posso aspettare. E poi che gusto c'è a sapere come va a finire? Chi si dannerebbe ancora l'anima sapendo che la partita è già persa (ma anche sapendo di aver già vinto)?
E i miei connazionali? Non è la nostra una patria dal passato glorioso, dal presente incerto e da un probabile futuro di decadenza? (dite di no? Andate a vedervi quanto investe il Paese in ricerca e sviluppo, cioè nel suo futuro).
Perché andare verso l'ignoto, con questi chiari di luna?
Ok, ok, dove lo metto lo spirito d'avventura, la spinta verso la conquista di nuovi lidi, l'umana curiosità, cazzarola tra l'altro siamo un popolo di navigatori, e Magellano e Colombo e Marco Polo e D'Alema.

Terribile può essere l'effetto di una fresella imbottita d'olio.
Ora che parte del mostro è domata, ora che il pensiero riesce a farsi un po' di spazio tra il pane inzuppato e i pomodorini, mi pare di capire che si tratta del solito sondaggio addomesticato, ben congegnato per dare l'idea di un Paese proiettato verso il futuro, per niente spaventato dalla propaganda di certa sinistra, in combutta con certa stampa internazionale.
Sospetto, perciò, che la domanda sottoposta ai nostri concittadini sia stata maliziosamente alterata, volontariamente troncata, a rimuovere un'importante postilla.
Nella sua formulazione originale doveva recitare più o meno così:
Italiani! Di fronte ad una macchina del tempo scegliereste di viaggiare nel passato o nel futuro, una volta che nel futuro vi fosse preclusa la consultazione della colonna vincente del Superenalotto?

















rilasciato da nikapov | 23:17 | commenti (1)

sabato, agosto 02, 2003

 

LA STAZIONE

Ogni giorno, nel primo pomeriggio, la stazione della Circumvesuviana è deserta.
Nel parcheggio auto arroventate riflettono da ore il sole cocente; il giornalaio sonnecchia tenendosi la tempia con una mano; il barista lascia il bancone per sorseggiare caffé seduto da solo ad un tavolino; il bigliettaio, dietro il vetro, non c'è.
Ma capita che un giorno ci vai alla stazione, nel primo pomeriggio, e la trovi starpiena di gente!
Il barista, tutto allegro, prepara caffé e serve bibite; il giornalaio, pimpante, regala sorrisi a tutti e chiacchiera con 2 clienti; il bigliettaio è davanti al vetro, con una spalla appoggiata al suo gabbiotto, magari per reggerlo, mentre guarda la folla.
Una folla assurda e inusuale, vestita con giacche e cappotti in un ardente pomeriggio d'agosto!
Guardi fuori e nel parcheggio le auto sono nascoste da camion bianchi che hanno tutti una farfallina disegnata su un fianco, tutti tranne uno scuro con una grossa scritta colorata: LA SQUADRA.
E allora vedi che accanto alla farfallina c'è la scritta RAI e che tra la strana folla si nascondono riflettori, microfoni, telecamere, che da una parte c'è un tipo seduto su una sedia da regista, ma non ha il megafono, che chi è vestito estivo osserva e che lì in mezzo c'è quella cabina telefonica che non c'è proprio mai stata, è finta.
E capisci di essere capitato in un set televisivo, in una fiction, una finzione.
Chiedi permesso e vai verso il treno, a te non interessa la finzione, tu proprio ieri hai capito quanto è importante la verità...









rilasciato da amelie | 11:53 | commenti