LUCCICANZA
(Del poco che avanza)
mercoledì, ottobre 22, 2003
Merda.
Ieri sera su RaiTre l'ultima puntata di Report, trasmissione mai troppo celebrata, uno dei pochi significativi esempi di cosa dovrebbe essere il giornalismo.
Si parlava del caso Ilaria Alpi, una storia (a proposito) di una giornalista coraggiosa, di un duplice omicidio, di un paese - la Somalia - crocevia di inconfessabili interessi mondiali, di trafficanti di armi e di scorie radioattive, di servizi segreti, di inchieste insabbiate e di indagini sottratte a chi stava faticosamente recuperando da un letamaio il proverbiale bandolo.
Alla fine la netta sensazione di vivere in un paese di merda, dominato da un'economia, quella capitalista, piena di merda, il cui controllo spetterebbe da una parte ad una classe politica spesso affine a suddetto materiale, dall'altra ad organi istituzionali frequentemente della stessa risma.
venerdì, ottobre 17, 2003
La supercazzola prematurata, papale papale.
E' una delle cose del Web che in assoluto mi ha fatto piu' ridere.
C'e' un tizio che sul Nuovo a commento di un articolo sui 25 anni del Papa, e' riuscito a far passare attraverso le severe maglie censorie del moderatore, le seguenti parole
Secondo la Rerum Novarum, la filosofia papale è come se fosse Antani. Ma, ponendo in essere la dottrina diplomatica, non può che fare riferimento alla vaulata nubisquorum. Auguri al Papa, sicuramente è come se fosse Antani, il più grande rappresentante al riguardo nel mondo, con eccezione. E che ci si ricordi la frase, appunto, dell'Antani: numquam est quam sbilicudi novarum.
Vale la pena dare una veloce scorsa agli altri commenti per capire, di contrasto, la profondita' di queste parole.
Un grazie di cuore a tarapiotapioco per aver saputo raddrizzare una giornata per me iniziata nel peggiore dei modi, con una sveglia ligia al proprio dovere di "sveglia puntata alle 5.00 di mattina".
giovedì, ottobre 16, 2003
Leggi ad personam
Berlusconi erede di De Gasperi.
E senza tassa di successione.
mercoledì, ottobre 15, 2003
'Na botta de ottimismo.
E noi che siamo esseri liberi
Un ciclo siamo macellati
E un ciclo siamo macellai
Un ciclo riempiamo gli arsenali
E un ciclo riempiamo i granai
(CCCP - Guerra e pace)
martedì, ottobre 14, 2003
Mafioso? Sempre meglio che partigiano.
Forza Italia spinge per istituire una commissione d'inchiesta che indaghi sui crimini commessi dai partigiani nel dopoguerra.
Con Telekom Serbia deve buttare proprio male.
Faccetta nera
La Russa oggi in un'intervista a Repubblica:
"[...] solo un'ignoranza crassa e bovina può accusare la destra italiana di essere xenofoba. Ricordo una campagna lanciata dall'MSI nel 1988 per la tutela delle cosiddette "fasce deboli": in prima pagina del Secolo uscì una foto di Fini che teneva in braccio una bambina nera, nera eh?"
Chissà se dopo si è lavato.
venerdì, ottobre 10, 2003
Alla tua età ancora ascolti gli Iron Maiden?
Spende le giuste parole l'amico Lester nel recensire l'ultimo album dei cinque veciassi dell'heavy metal.
Confesso che non me lo sarei mai comprato e forse nemmeno scaricato se non fosse che ultimamente sono a corto di idee da download.
E invece cazzarola, il suono di quei cinque bastardi, i loro riff sparati a velocità ipersonica, i pezzi indistinguibili da quelli di vent'anni fa, tutta la conservativa brodaglia degli Iron Maiden, in me riescono ancora a generare un certo entusiasmo.
Fortemente sconsigliata la sua riproduzione nel sintolettore dell'auto, il CD risulta particolarmente adatto quale sottofondo all'occasionale appuntamento con il ferro da stiro, inducendo nell'improvvisato stiratore, prestazioni paragonabili a quelle di Ben Johnson di fronte ai cento metri.
Il Bocca della verità.
Di norma leggo volentieri gli editoriali di Giorgio Bocca, ma ieri sono trasalito nel vedere che Repubblica aveva affidato al noto giornalista la cronaca della tragedia del Vajont, in cui giusto quarant'anni fa perirono quasi duemila persone.
Fino all'altro ieri nella mia testa vi era un solo aggancio - non troppo positivo - tra il nome di Bocca e quello del Vajont, suggeritomi da quell'autentico capolavoro che è l'omonimo spettacolo teatrale (meglio, orazione civile) di Marco Paolini, in cui il bravissimo attore trevigiano ricorda le parole che il giornalista lasciò alle cronache il giorno dopo la caduta della montagna, in un suo famoso articolo sul Giorno:
Ecco la valle della sciagura: fango, silenzio, solitudine e capire subito che tutto ciò è definitivo; più niente da fare o da dire. Cinque paesi, migliaia di persone, ieri c'erano, oggi sono terra e nessuno ha colpa; nessuno poteva prevedere. In tempi atomici si potrebbe dire che questa è una sciagura pulita, gli uomini non ci hanno messo le mani: tutto è stato fatto dalla natura che non è buona e non è cattiva, ma indifferente. E ci vogliono queste sciagure per capirlo!... Non uno di noi moscerini vivo, se davvero la natura si decidesse a muovere guerra...
Oggi lo stesso Bocca riconosce che quella tragedia poteva essere evitata, che in molti sapevano che un'intera montagna stava franando nel lago artificiale e hanno taciuto per non intaccare gli enormi interessi legati alla costruzione della diga.
Stranamente, però, si dimentica di ricordare la giornalista che più di tutti si impegnò a denunciare i rischi e i pericoli della faraonica impresa, quella Tina Merlin, inviata dell'Unità, che, già molto prima che cadesse la montagna, si sporcava le mani sul campo e da lì inviava le sue cronache e le sue denunce (subirà anche un processo per calunnia), mentre il giornalismo dei salotti si intratteneva con i principali responsabili della sciagura.
Scrive proprio l'altro ieri il buon Bocca:
Mi capitava di incontrarli qualche sera in casa di Guido Venosta, a Milano. C'era l'ingegner Valerio della Edison con la sua lunga faccia gotica, che con una telefonata faceva scattare sull'attenti la Borsa intera, c'erano i grandi feudatari elettrici veneziani, toscani, piemontesi che amabilmente si incontravano con quelli della Pirelli, della Fiat e del Gotha industriale conservatore.
Ecco, a tutti può capitare di prendere un abbaglio in gioventù e non c'è proprio nulla di male nell'aver cambiato idea su quei fatti a distanza di quarant'anni.
Però un minimo di pudore avrebbe voluto che questa cronaca di migliaia di morti annunciate, il ricordo di una tragedia evitabile, fosse affidato a qualcun'altro, al limite anche a chi, quel giorno di quarant'anni fa, non era ancora nato.
mercoledì, ottobre 01, 2003
Non aprite quella porta.
Ho in mente una sceneggiatura per un remake.
Il protagonista, cresciuto in un tranquillo paesino in collina, uno dei piccoli comuni delle prealpi venete ad esempio, si trova improvvisamente scaraventato nel traffico di una città caotica, tipo Catania, per intenderci.
Il nostro eroe inizialmente arranca e quasi soccombe nell'impazzito intreccio di auto e moto, ma un po' alla volta impara a farsi spazio tra i veicoli imbottigliati, a gestire gli ingressi e le uscite dalle rotonde, ad evitare le portiere che si aprono dalle auto parcheggiate in doppia fila (da cui il titolo del film).
Verso la fine del film diventa un vero bastardo, più disinvolto del più spregiudicato automobilista autoctono: si specializza nello slalom speciale, non dà più una precedenza, passa volentieri con il rosso, prende corsie contromano, urla come un pazzo, insultando Sant'Agata, quando riesce ad uscire da un ingorgo, lascia l'auto in doppia fila e, soprattutto, apre la portiera senza curarsi di chi sopraggiunge.
Un vero incubo, nel solco della migliore tradizione dell'horror, e nel contempo un film molto realistico e attuale.
Mi manca solo il finale. Qualche suggerimento?




