LUCCICANZA
(Del poco che avanza)
giovedì, dicembre 28, 2006
La domanda.
Avrei bisogno di staccare la spina, ma temo scomuniche.
Invece da queste parti l'abbiamo staccata per un po'. E' questo il bello del blog, non è un lavoro, uno un giorno può decidere che non ha voglia di scrivere alcunché e andare avanti così per mesi.
Non è la vita, o meglio per me non lo è. Per qualcun altro magari sì (la mia vita virtuale) e allora scattano gli obblighi, i doveri, il cisiaspettadameche. Diventa un surrogato di vita vera e nella vita vera, si sa, non si è liberi di agire come si vuole, non ci si può sottrarre da doveri verso gli altri e verso se stessi, non si può staccare la spina quando ci aggrada, e non solo metaforicamente.
Qualcuno, ad esempio, non avrebbe voluto staccare la spina a Piergiorgio Welby.
Partirebbe a questo punto un polpettone indigeribile sulla laicità dello Stato e sulla pretesa della Chiesa di interferferire nella nostra vita. Seguirebbero prevedibili parole dure sulla scelta di negare i funerali religiosi a Welby, eccetera eccetera.
Oggi non ho voglia di ripetere sempre le stesse cose. Seguiranno perciò parole probabilmente altrettanto ovvie e indigeribili, ma comunque diverse.
La prima domanda che mi viene in mente a proposito del caso Welby potrebbe essere anche l'ultima: il dibattito su Welby è "pornografia della morte"?
A giudicare dal baraccone mediatico che si è scatenato attorno alla vicenda verrebbe da dire di sì, e allora sarebbe forse il caso di fermarsi qui. Continuando si andrebbe a percorrere un terreno insidioso, scivoloso, ne sono conscio. Dovessi cadere, non venitemi a prendere.
Mi vien da pensare che la vicenda, come gran parte delle questioni molto dibattute, contenga in sè diversi piani di lettura e che l'incapacità di capirsi propria di chi partecipa a questi dibattiti derivi da una più o meno cosciente confusione tra i vari livelli.
Il livello più appariscente è quello già citato del can-can mediatico, il circo di giornali, televisioni e dei loro ospiti più o meno "esperti". Superficiale, tendenzioso, facilmente manipolabile, è il piano su cui, ahimé, spesso si forma la pubblica opinione. Non a caso è a questo livello che scende ormai sistematicamente la politica e spesso anche la Chiesa. Parole come eutanasia, diritto alla vita, sofferenza, accanimento terapeutico, morte naturale, triturate nella grande macchina del consenso, vedono i propri contorni semantici farsi sottili fino a scomparire, fino a farsi vuoto strumento, utilizzabile a mo' di clava dai diversi schieramenti in campo. Si arriva ad affermare che morire attaccati ad un aggeggio frutto di recentissimi progressi della scienza costituisce "morte naturale", segno di volontà divina. Si parla di eutanasia e si intende omicidio, si dice "accanimento terapeutico" e si capisce che ne manca una corretta definizione.
Ma, più ancora delle parole, su questo piano conta l'immagine. Ne era conscio lo stesso Welby, che per scelta precisa ha messo a disposizione il suo corpo immobile e martoriato come arma potente per smuovere le coscienze, scegliendo in questo modo l'arena mediatica come piano su cui combattere una battaglia prima di tutto politica e quindi anche privata, facendo egli per primo collassare ben tre livelli di lettura della vicenda.
Nessuno, purtroppo, si è sottratto a questo cortocircuito, se si esclude, con qualche stonata eccezione, la Scienza, che in cuor suo, in silenzio e in clandestinità sembra già aver trovato negli ospedali soluzioni alle terribili questioni poste dal caso Welby.
La Politica, da cui sarebbero dovute arrivare ben altre risposte e da cui ci sarebbe aspettati una pacata riflessione sulla legislazione in materia di "morte assistita", ha scelto, come ormai fa sistematicamente, di scendere dal suo piano alto e nobile, l'unico piano di lettura su cui valeva realmente la pena dibattere, e di farsi trascinare nel calderone della polemica mediatica, della dichiarazione da prima serata al TG1.
La Chiesa Cattolica, direttamente o tramite i suoi reppresentanti più o meno integralisti si è si è ritrovata a suo agio nella melma delle "vite in diretta". Paradossalmente, l'unico gesto davvero anti-mediatico (e per questo impopolare), la sola presa di posizione rimasta confinata nel piano della dottrina è stata la scelta di negare a Welby i funerali religiosi (peraltro accordati a Pinochet, si sa da quelle parti non si brilla certo per coerenza).
A fronte di un tale dispiegamento di forze a favore di zoom, mi chiedo se sia giusto fare le pulci a Welby per la scelta di piantare il suo corpo al centro della scena. Di più, mi chiedo se egli non avesse capito qualcosa che personalmente mi rifiuto di ammettere, ovvero che il circo mediatico sia ormai l'unica sede in cui si può dibattere qualcosa.
Ad ogni modo al puzzle manca un pezzo, il livello su cui realmente questa volta la pubblica opinione si è formata, alla faccia degli agitati dibattenti catodici: il piano privato. Succede così ogni volta che si dibatte di questioni che riguardano direttamente ognuno di noi. Puoi cercare di confondere le acque quanto vuoi, di portare a tuo favore le tesi più illustri, di minacciare le fiamme dell'inferno, di dire, come ha fatto la diessina (e però cattolica, sarà un caso?) Livia Turco, che "se opportunamente curati non si può non amare la vita", e comunque difficilmente potrai cambiare la risposta che ciascuno si dà una volta che si è chiesto: "ma se io fossi, come potrebbe in effetti accadere, speriamo di no , mamma mia, e però, dicevo, se io fossi al suo posto, cosa farei?".
E' attorno a questa privata domanda che si gioca alla fine la partita, che viene smascherato l'enorme castello dell'ipocrisia della pubblica intransigenza (e privata debolezza), della morale religiosa e di quella di Stato.
E' su questo piano che si trovano gli unici realmente autorizzati a sentirsi feriti dal gesto di Welby, coloro che vivono la sua stessa situazione e che dicono no, porca puttana, tu non mi puoi sbattere in faccia così il tuo arrenderti, intaccare l'unica speranza che mi è rimasta, quella di un miracolo. E' sullo stesso piano che possono essergli grati tutti coloro che invece non ce la fanno più e vogliono morire dignitosamente senza che il loro medico o un loro congiunto debba essere trattato come un assassino.
Sta nel costringerci a porsi questa privata domanda il fastidio che ognuno di noi può aver legittimamente provato nel vedere le immagini di quel corpo immobilizzato.
Sta nella risposta a quella domanda, infine, il meccanismo di identificazione che ha fatto sentire vicino Piergiorgio Welby, che ha fatto provare autentica pietas per lui, che ha fatto sì che molti, al di là della fede, dell'orientamento politico, delle proprie intime convinzioni, siano stati grati in cuor loro a quel medico che ha scelto di esaudire l'ultimo desiderio di un uomo malato.




