LUCCICANZA
(Del poco che avanza)
venerdì, aprile 04, 2003
Siam pacifisti o calabrache?
Niente, quelli là non ne vogliono sapere di sfilare tutti insieme.
E così io, al di là dei proclami, sono costretto a scegliermi un corteo, anche se non ho ancora capito bene quanti ne stanno sfilando.
Esclusa la possibilità di crearne uno personale (non è mica un blog), direi che scarto tutti i cortei dei diversi leader del centrosinistra (per intenderci quelli in cui il capopopolo è in testa in bell'evidenza con il suo bel cartello con tutti i suoi bei distinguo).
Scartato anche quello di Pietro Ingrao, non senza un filo di dispiacere, mi accodo magari a quello di Adriano Sofri, con un certo timore di non trovarmi in buona compagnia.
Provo sempre un filo di soggezione quando sento parlare il vecchio Ingrao, forse perchè me lo immagino saggio, o forse per un riflesso di quel misto di soggezione e ammirazione che in anni remoti traspariva nei discorsi di adulti dei miei giovani genitori.
Piccola divagazione, tra le tante.
A tre anni (1974) ero sulle spalle di mio padre, a Milano, a scandire "Cile rosso, Cile libero", ho vaghi ricordi di una giornata divertente ed eccitante.
Indelebile è poi il ricordo di una conferenza di Lucio Magri a Bassano del Grappa, io e mio fratello, avrò avuto massimo 6-7 anni, mia madre non aveva a chi lasciarci, credo di non essermi mai rotto le palle come quella sera (e dovevo pure stare fermo), non li perdonerò mai.
Scherzo, dev'esserci un film, mi pare francese, che si intitola una roba tipo "La fortuna di avere avuto dei genitori comunisti". Non l'ho mai visto, ma mi ha colpito il titolo, per me contiene una grande verità.
Dicevo di Ingrao. Mi sono cadute le braccia oggi, leggendo quell'intervista su Repubblica. E forse ancora di più quando ho letto il trafiletto sul Manifesto.
Il vecchio comunista, che si definisce pacifista ma non calabrache, spera in una resistenza ad oltranza del popolo iracheno all'invasione americana, pensando in questo modo di arginare la politica imperialista di Bush (tesi da dimostrare, secondo me).
Il tutto senza uno straccio di analisi o di dubbio sulle conseguenze di una sconfitta, anche solo morale, americana in termini di vite umane e in termini di impatto sull'economia (e non dite chi se ne importa, a me importa, agli operai importa, e anche a voi, se ci pensate bene, importa. A Bush magari importa un po' meno). Ma soprattutto senza una seria riflessione sull'effetto che una galvanizzante resistenza avrebbe sulle spinte fondamentaliste che percorrono l'intero mondo islamico.
D'accordo, era un'analisi da fare prima, e infatti questa guerra è stata una cazzata, questo penso e per questo vorrei sfilare.
Il buon Sofri, invece, su Repubblica di ieri (pagina dei commenti) si spende in una lunga e ragionata analisi sulle conseguenze di cui prima, sviluppando tutta una serie di riflessioni, ma senza dare risposte certe.
In particolare sottolinea la necessità di smascherare gli USA sulle reali intenzioni di questa guerra, e di lavorare per incastrare gli States e proporre un'alternativa efficace alle questioni cui l'intervento militare dice di voler rispondere (pacificazione del Medio-Oriente, riappropriazione dell'Iraq e delle sue risorse da parte degli iracheni, Stato Palestinese, ecc.). E afferma una verità semplice, ma spesso dimenticata: che questo Occidente, sazio eppure vorace, libero ma censurato, democratico di una democrazia spesso flebile e manipolata, tutto quello che volete, in fondo resta un posto migliore dell'Iraq di Saddam.
Non so se Sofri abbia ragione, non lo sa nemmeno lui, almeno così dice.
Però istintivamente sento che le semplificazioni ideologiche, la scorciatoia dello slogan, la presa di posizione sprovvista di dubbio, l'auspicio (ha ragione Leonardo, perché dobbiamo sperare per forza qualcosa?), mal si adeguano alla complessità del reale, specie se la realtà è quella di una guerra globale.
Adriano Sofri è uno che di semplificazioni deve averne fatte troppe in passato, e infatti mi pare rifugga dalla trappola scrivendo un articolo denso e lungo un'intera pagina.
Pietro Ingrao, invece, si accontenta di un trafiletto, e a me sinceramente dispiace, perché un po' è come l'avessero scritto i miei giovani genitori.




